
Il centro archeologico presenta numerosi resti di edifici, strade, piazze, cimiteri e chiese. Seguendo il corso del fiume Natissa costeggiando l’antico porto fluviale verso est, si raggiunge il museo paleocristiano.
E’ impossibile in un solo argomento descrivere la completa storia di Aquileia. La città, da avamposto militare (castrum) posto sul confine orientale, con il passare dei secoli, ha subito una notevole trasformazione, tanto da diventare la nona città, in ordine di grandezza, in tutto l’impero romano.
All’estremità del viale costeggiato da cipressi appare la maestosa basilica di Santa Maria Assunta; risale all’anno 313 d.C. ciò significa che i lavori di costruzione iniziarono subito dopo l’emanazione dell’editto di Milano noto come editto di Costantino. La basilica rappresenta il monumento rappresentativo della città, testimonianza di un’attività religiosa cristiana molto attiva. Dopo la distruzione della città nell’anno 452, gli abitanti di Aquileia la ricostruirono ben quattro volte sovrapponendo le nuove costruzioni ai resti delle precedenti. L’attuale basilica risale alla metà del IX secolo con successive modifiche degli archi e del tetto che risalgono al XIV e XV secolo.
Sebbene la basilica abbia subito continui lavori di restauro, gli archeologi sono riusciti a riportare alla luce i pavimenti più antichi del complesso risalenti ad epoca romana. Il pavimento romano della chiesa venne scoperto agli inizi del 1900 sotto un altro pavimento medievale. Composizioni in mosaico con raffigurazioni zoomorfe simboliche e scene riferite a passi del vecchio testamento, si differenziano da quelle di epoca medievale composte da figure geometriche.
Alcuni affreschi presenti nella cripta della vergine, rappresentano scene tratte dalla bibbia ed episodi di vita cristiana inerenti alla comunità di Aquileia.
Importante è l’affresco che rappresenta il conferimento dell’incarico di evangelizzazione di Aquileia da parte di San Pietro a San Marco. In un’ altro affresco viene rappresentato San Pietro che conferisce l’investitura di vescovo ad “Ermagora”, su suggerimento dello stesso San Marco.

Ermagora fu il primo vescovo di Aquileia. Non esistono fonti certe ad indicare il periodo della sua investitura; si presume sia vissuto intorno la metà del III secolo, quando il cristianesimo era molto diffuso nell’impero romano. Secondo la tradizione sviluppatesi tra l’ VIII ed IX secolo, invece, la sua presenza venne collocata al II secolo. Questa tradizione asseconda la teoria di Ermagora come seguace di San Marco dal quale venne condotto a Roma per ricevere l’investitura di vescovo da parte della massima autorità cristiana: “ Pietro”.
Ci troviamo nell’epoca del cristianesimo primordiale, epoca in cui era vietata la professione della nuova religione e, chi la esercitava e veniva scoperto, poteva essere punito con l’arresto, sottoposto alle più dolorose torture e, se non avesse rinnegato la propria fede, giustiziato a morte.
Un affresco presente nella cripta rappresenta la decapitazione del vescovo Ermagora mentre sullo sfondo appare la figura del suo diacono “Fortunato”, pure lui condannato alla decapitazione.

Ermagora e Fortunato vennero proclamati dalla chiesa patroni di Aquileia ed elevati al rango di santi, per il loro carisma e, soprattutto, per aver scelto il martirio senza mai negare il loro credo.
Il primo vescovo, uomo corretto e di salda fede, esercitò l’opera di conversione predicando opere di pace, di carità, di rispetto per il prossimo, nominò molti sacerdoti, inviò molti missionari nelle città circostanti, convertì e battezzò molti nuovi cristiani e compì numerosi miracoli. Ma la nuova religione non era condivisa dai sacerdoti pagani che, preoccupati dalle continue conversioni al cristianesimo e notando un calo nel flusso di fedeli ai templi dedicati alle divinità pagane, si appellarono al preside di Aquileia “Sebasto”.
Ermagora venne arrestato ed incarcerato. La sua opera non si arrestò, il suo carisma si diffuse pure in carcere. Dalle prigioni convertì e battezzò molti nuovi fedeli compreso il suo carceriere “Ponziano”. Tutte queste nuove conversioni portarono i sacerdoti romani a sollecitare Sebasto affinché lo condannasse alla pena capitale. Il preside di Aquileia chiese tre giorni di tempo per decidere. Nel frattempo, dal carcere, si moltiplicavano le guarigioni e le conversioni: Ermagora cacciò il demonio dal corpo del figlio di Gregorio, guarì dalla cecità Alessandria e nominò diacono e suo successore “Fortunato”. Tutte queste azioni spinsero Sebasto ad emanare la sentenza di morte per decapitazione. Per timore di possibili tumulti in città, Ermagora e Fortunato furono giustiziati segretamente, nell’anno 70 d.C. per decapitazione. I loro corpi furono raccolti da Gregorio, Alessandria e Ponziano e furono sepolti all’esterno delle mura della città.

Ma la loro opera non terminò con la morte, secondo alcune narrazioni sorte all’epoca, i due martiri continuavano a guarire tutte le malattie dei fedeli che si recavano a pregare sulla loro tomba.
Non esistono fonti storiche che attestano la presenza di San Marco ad Aquileia, ma molti aspetti presenti nella comunità religiosa della città romana si trovano in similitudine con quelli della comunità di Alessandria d’Egitto, comunità dove lo stesso San Marco era stato nominato vescovo. Probabilmente furono i legami commerciali a favorire questa affinità religiosa. Aquileia disponeva di porto fluviale e, attraverso il Mediterraneo, commercializzava con l’Egitto che disponeva di uno dei porti più importanti dell’epoca.
Alcuni riferimenti che potrebbero stabilire la presenza del santo ad Aquileia sono: un sacello dedicato a San Marco presente a Belvedere di Aquileia e la presenza di alcuni affreschi nella cripta. Nel museo archeologico di Cividale del Friuli è esposta al pubblico parte del “codex aquiliensis o forojuliensis”. Inizialmente il codex conteneva i quattro vangeli, poi, dai testi, venne tolto il vangelo di San Marco. Lo scopo era quello di propagandare l’idea che il vangelo fosse stato scritto ad Aquileia.

Quando la sede del patriarcato venne trasferita a Cividale del Friuli, il codex di San Marco venne esposto nella cattedrale come fosse una reliquia a supporto dei fedeli.
Nel XIV secolo il patriarca Nicolò donò il codex all’imperatore del Carlo IV di Lussemburgo che lo portò a Praga dove è tutt’ora custodito.
La cripta della basilica di Aquileia venne fatta costruire dal patriarca Massenzio a partire dall’anno 811, dopo aver riportato il patriarcato da Cividale ad Aquileia per poter custodire le reliquie dei santissimi martiri, comprese quelle di Ermagora e Fortunato e poter descrivere, tramite gli affreschi, i momenti salienti del cristianesimo con chiare immagini artistiche e facilmente interpretabili.

La cripta, come la vediamo oggi, venne fatta affrescare nel XII secolo dal Patriarca Ulrico Trefeen, al suo interno gli affreschi rappresentano i più antichi affreschi cristiani d’occidente.

La storia cristiana di Aquileia non è legata unicamente al martirio dei santi Ermagora e Fortunato, patroni della città, ma alle continue repressioni che perdurarono nei successivi secoli causando morte e dolore nella comunità cristiana. Nel IV secolo, sotto i governi dell’imperatore Massimiliano e Diocleziano vennero intraprese nuove campagne eliminatorie.
Una vicenda riguarda due mercanti vicentini, Fortunato e Felice, giunti ad Aquileia per motivi di lavoro. Vennero scoperti mentre stavano pregando di nascosto dentro un bosco. Il prefetto Eufemio ne orinò l’arresto immediato. I due mercanti furono sottoposti a variate torture, condotti verso il fiume Natissa ed ormai certi del loro destino, si abbracciarono e resero grazie al signore, poi furono decapitati. Da quel momento il luogo del martirio divenne un luogo di pellegrinaggio molto visitato sia da parte degli aquilesi che dai vicentini.
La comunità cristiana di Vicenza reclamò la proprietà delle reliquie e chiese la restituzione dei due corpi. Sorse una disputa tra Vicenza ed Aquileia. Il prefetto Eufemio, per spoglie tra le due città contese.
Le reliquie rimaste ad Aquileia vennero trasferite a Grado fino al 1110 quando furono traslate a Malamocco ed, infine, trasferite alla cattedrale di Chioggia, dove furono accolte con fervore dalla comunità clodiense tanto da elevarli come patroni della città.
Il fascino di Aquileia si intreccia tra arte e storia. Magnifiche opere lasciano ai posteri messaggi vita quotidiana, ma anche di dolore e morte.
Non dobbiamo stupirci se, osservando certe immagini, si rilevano momenti di assoluta crudeltà. Gli artisti sono riusciti a creare i periodi di paura, di sofferenza, di dolore, di morte e, soprattutto di sacrificio. Migliaia di cristiani si sono sacrificati abbandonandosi a Dio per circa tre secoli, hanno scelto di sopportare le più impensabili torture preferendo morire piuttosto di pregare gli idoli pagani. Lo hanno fatto con convinzione e determinazione ed a loro, dobbiamo rendere grazie per la nostra esistenza.
Mentre osserva queste immagini, un cristiano di oggi dovrebbe chiedersi: quanto siamo fedeli a Dio? Saremmo capaci di sacrificarci come hanno fatto gli antichi cristiani?
E’ vero che i tempi sono cambiati e non possiamo fare un simile paragone, però una domanda è lecita: li stiamo onorando nella giusta maniera? Tuffarsi nel passato è un modo per conoscere sofferenze e dolori provocati dagli errori umani e fare si che non si ripetano, vivere onorando quelle persone che si sono sacrificate per ottenere un mondo migliore è un buon modo per ricordarle e far si che il loro sacrificio non sia stato invano.





















